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Arte asiatica gay

In questo mix eclettico di arte asiatica gay, un principe dell’opera Han cavalca a pelo attraverso un mito di frontiera riscritto come eredità queer. Tibetani, mongoli, malesi — cowboy dandy portano motivi della terra d’origine in un’Americana presa in prestito, a dimostrazione che il desiderio tra uomini non ha bisogno di un’unica geografia o di un unico secolo. Una raccolta di ritrattistica sinofona e del Sud-est asiatico che tratta l’identità gay come lignaggio: il Kolam incontra il cuoio da sella, il pigmento Thanjavur incontra la polvere dei Badlands.

Domande frequenti

Informazioni su questa collezione

I cortili Ming tornano attraverso duetti tra letterati e attori, un’intimità dipinta con la pennellata un tempo riservata ai fan dell’opera e ai rotoli shan-shui — una tradizione omoerotica che i letterati cinesi raramente dicevano ad alta voce ma illustravano senza sosta. Il Giappone risponde con l’inchiostro sotto la pelle: il wabori del Periodo Edo che si arriccia su una schiena nuda, il tatuaggio come confessione, la fotografia come archivio. I campi di battaglia russo-giapponesi si sciolgono in una fantasia sul filo dello shunga, la storia riscritta come consumazione al posto della conquista.

Regalità thailandese e mongola tornano in un eccesso barocco, con corone che dorano romanzi proibiti di corte; dandy lowbrow da circo e twunk baciati dal sole bucano quella grandiosità con irriverenza pop. Il folclore malese si unisce all’abbraccio mitico, amanti intrecciati oltre ogni traduzione. Appendi questa galleria di erotismo gay asiatico — il romanticismo di un intero continente, ripiegato nel tuo presente.

L’omosessualità è un’importazione recente e straniera in Asia, o ha radici storiche profonde?

L’omosessualità in Asia precede di millenni qualsiasi influenza coloniale od occidentale. Le cronache della corte cinese fanno risalire la compagnia maschile alla dinastia Han, con lo storico Han Fei che racconta la relazione tra Mizi Xia e il duca Ling di Wei, da cui nacque la «pesca morsa» come antico eufemismo per l’omosessualità. Una letteratura reale indonesiana come il Serat Centhini, commissionato all’inizio dell’Ottocento, documentò le relazioni tra persone dello stesso sesso tra i giavanesi senza considerarle una colpa. L’idea che la queerness sia estranea alla cultura asiatica è un mito dell’era coloniale, non un fatto storico.

Cos’è «la manica tagliata» (duànxiù) nella storia cinese e perché è importante?

«La manica tagliata» si riferisce a una storia sull’imperatore Ai della dinastia Han, che si tagliò la manica pur di non svegliare il suo compagno Dong Xian addormentato. Il gesto è diventato una formula culturale duratura per la devozione tra persone dello stesso sesso, fondendosi poi con la più antica storia della «pesca morsa» in un’espressione composta usata in tutta la letteratura cinese per alludere all’omosessualità. Ancora oggi è uno dei simboli più citati dell’identità queer cinese premoderna.

Chi è Tu’er Shen, il «Dio Coniglio», e che ruolo ha nella spiritualità queer asiatica?

Tu’er Shen è una divinità popolare della dinastia Qing venerata come il dio che governa i legami romantici e sessuali tra uomini. Nonostante i ripetuti tentativi dei funzionari confuciani di reprimere il culto, i devoti continuarono a mantenere santuari in suo onore, facendo di lui una delle poche divinità nella storia delle religioni del mondo legate esplicitamente all’amore omosessuale maschile — e un punto di riferimento ricorrente nell’arte e nell’iconografia queer asiatica contemporanea.

Cosa significa «tongzhi» e come è diventato un termine per l’identità queer in Cina?

Tongzhi (同志), letteralmente «volontà comune» o «compagno», era in origine un termine rivoluzionario reso popolare da Sun Yat-sen e poi adottato dal Partito Comunista come forma di indirizzo senza genere. Nel 1989 la comunità gay e lesbica cinese lo ha fatto proprio come autodefinizione, trasformando un termine di unità politica in uno di solidarietà queer che dura ancora oggi in Cina continentale, a Hong Kong e a Taiwan.

Come è stata usata la mitologia per esplorare o recuperare l’identità queer nell’arte asiatica?

Gli artisti di tutta l’Asia usano da tempo il mito come veicolo per reimmaginare genere e sessualità al di fuori dei confini eteronormativi. Nella tradizione indù, figure come Ardhanarishvara — una divinità raffigurata metà uomo e metà donna, che rappresenta l’equilibrio tra maschile e femminile — e gli episodi di cambio di genere che coinvolgono Vishnu, Shiva e Shikhandi offrono un precedente sacro per l’identità fluida. Nelle Filippine, artisti contemporanei hanno recuperato la Manananggal, figura mitologica demonizzata in origine dai colonizzatori spagnoli proprio perché simbolo della libertà sessuale e di genere precoloniale, trasformandola in una figura che suscita simpatia anziché mostruosa. Queste rielaborazioni mostrano la queerness non come una rottura con la tradizione, ma come qualcosa per cui il mito aveva sempre avuto spazio.

Perché in gran parte dell’Asia gli atteggiamenti verso l’omosessualità sono passati dalla tolleranza alla criminalizzazione?

Gran parte dell’omofobia moderna della regione risale alle leggi dell’era coloniale più che a credenze indigene. Le norme britanniche contro la sodomia, con un ragionamento legato alla città biblica di Sodoma, furono esportate in tutto l’impero e rimodellarono i codici legali molto dopo l’indipendenza. In Cina l’omosessualità non è stata depenalizzata a livello nazionale fino al 1997, dopo essere stata perseguita per decenni con la vaga accusa di «teppismo». Lo schema si ripete in tutta la regione: società precoloniali con tradizioni documentate di relazioni tra persone dello stesso sesso adottarono quadri morali importati che ridefinivano l’omosessualità come straniera, deviante o nuova — un’inversione della reale documentazione storica.